da dove arriva il valore di un token, e come si vede se ci arriva
Il valore prodotto da un protocollo può raggiungere chi tiene il token per tre strade, cioè bruciare i token usati per pagare, pagare chi mette il token in staking e distribuire una parte dei ricavi, mentre la quarta, il solo diritto di voto, non sposta niente da sola.
perché bitcoin è il caso più semplice da leggere?
il paragone con le valute normali è tutto qui. una banca centrale può decidere di stampare, e a deciderlo è una riunione, cioè una politica monetaria discrezionale. bitcoin ha una politica monetaria programmata, che nessuna riunione può cambiare: l'emissione è passata da 50 bitcoin per blocco nel 2009 a 3,125 nel 2024, e continuerà a dimezzarsi. chiamarlo oro digitale, per una volta, è la descrizione della regola e non uno slogan.
L'emissione di bitcoin per blocco si dimezza a ogni halving: 50 btc nel 2009, 25 nel 2012, 12,5 nel 2016, 6,25 nel 2020, 3,125 nel 2024. Il tetto complessivo di 21 milioni è scritto nel protocollo e non dipende da nessuna decisione.
due avvertenze, però, e la prima è grossa. bitcoin regge come riserva di valore finché il mercato lo considera tale, perché è un accordo su cosa vale, proprio come per l'oro, e un accordo si può anche disfare. la seconda riguarda il confronto pratico: oscilla molto più dell'oro fisico, ma si vende in qualsiasi momento e in qualsiasi quantità, si divide fino all'ottava cifra decimale e non costa niente tenerlo in cassaforte, perché la cassaforte non esiste.
cosa vuol dire che un token cattura valore?
è quello che separa un token da un'azione. un'azione ti dà diritto agli utili per legge, e se la società guadagna quel diritto vale qualcosa anche quando nessuno lo esercita. un token ti dà quello che gli dà il codice del protocollo e niente di più, e se il codice non prevede nessun passaggio di valore, non c'è un tribunale a cui chiederlo.
le strade possibili sono quattro, e le prossime sezioni le prendono una alla volta: bruciare i token usati per pagare, pagare chi mette il token in staking, distribuire una parte dei ricavi, oppure dare soltanto un diritto di voto. le prime tre spostano valore, la quarta da sola sposta solo la speranza che un giorno arrivi una delle altre tre.
come funziona bruciare le fee?
l'esempio più grande è ethereum dopo la modifica del 2021 che ha introdotto la base fee, la parte obbligatoria di ogni commissione, che viene bruciata. quando la rete è molto usata ethereum brucia più di quanto emette e la quantità in circolazione scende, quando è usata poco torna a crescere. così la voglia di usare la rete e la scarsità del token si legano da sole, senza che nessuno debba deciderlo.
Bruciare le fee ha effetto solo nel saldo fra quanto viene emesso e quanto viene distrutto: se l'emissione resta grande, la distruzione non cambia la scarsità. Quando le due quantità si avvicinano, il saldo netto tende a zero o diventa negativo.
il campanello d'allarme, qui, è la messinscena. un progetto che annuncia di bruciare token mentre continua a emetterne senza un tetto sta facendo una sottrazione con due numeri sbagliati: se ne bruci cento e ne emetti mille, la scarsità esiste solo nel comunicato stampa. il conto da guardare è sempre quello netto, emesso meno bruciato, e va guardato sui mesi e non sul giorno dell'annuncio.
gli staking rewards da dove escono?
Uno staking reward che arriva dalle fee degli utenti cresce e cala con l'uso del protocollo e non diluisce nessuno; uno che arriva da nuova emissione paga chi fa staking diluendo tutti gli altri, e regge solo finché il prezzo sale.
se arriva dalle commissioni il circolo è sano: più il protocollo viene usato, più commissioni entrano e più c'è da distribuire, e se l'uso cala, cala anche il compenso. è scomodo, ed è proprio il segno che è vero. se invece arriva da nuova emissione, tutti gli altri vengono diluiti per pagare chi fa staking, il che funziona finché il prezzo sale e smette di funzionare proprio quando servirebbe.
ethereum, dopo il passaggio al proof of stake, sta in una via di mezzo interessante. emette pochissimo, intorno a mezzo punto percentuale l'anno, e intanto brucia le base fee, per cui il risultato è un sistema quasi in pareggio, che nei periodi di uso intenso va addirittura in negativo. il rendimento di chi valida arriva quindi in buona parte da chi usa la rete, più che da chi la tiene.
il revenue sharing è un dividendo?
gmx, la piattaforma dove si scambiano perpetual su arbitrum, gira il 30% delle commissioni di trading a chi mette il suo token in staking: più volume passa, più commissioni entrano e più arriva, e il legame lo puoi seguire onchain, commissione per commissione. oltre alla trasparenza c'è un vantaggio che conta di più, l'allineamento: chi tiene il token vuole che il protocollo venga usato, perché è da lì che arrivano i soldi, e per una volta chi usa e chi tiene tirano dalla stessa parte.
Nel modello di gmx il 30% delle fee di trading va a chi mette il token in staking e il 70% resta al protocollo: una quota fissa e verificabile onchain, che cresce e cala col volume.
anche qui il campanello d'allarme è semplice da controllare: un protocollo che promette di condividere i ricavi ma non ha utenti sta condividendo zero, con grande precisione percentuale. prima di guardare la quota, guarda il volume, e guardalo su un periodo lungo, perché il volume comprato con le ricompense se ne va insieme alle ricompense.
il diritto di voto, da solo, vale qualcosa?
Detta male: i token di governance in teoria sono democratici, in pratica vince chi ne ha di più, cioè un voto per censo.
in teoria controllare un protocollo che muove miliardi vale qualcosa, e quel valore dovrebbe finire nel prezzo del token. in pratica, se il voto non è legato a nessun flusso di denaro, quello che compri è la possibilità che un giorno il voto decida di dartene uno, cioè un'attesa. e in quegli anni il prezzo di uni ha fatto peggio dei token che una strada scritta ce l'avevano già.
poi l'attesa è finita: nel novembre 2025 la governance ha acceso il fee switch, e da lì una parte delle commissioni ha cominciato a tornare al token. è la conferma della regola: il valore è arrivato quando qualcuno ha scritto il meccanismo, dopo anni in cui era stato solo promesso.
quali sono i segnali che le tokenomics sono rotte?
I cinque segnali di tokenomics rotte: emissione senza fine, cioè diluizione continua; rendimenti a tre cifre, cioè pagati stampando; utilità inventata, cioè domanda forzata; unlock vicini, cioè vendite in arrivo; capitale gonfiato dalle ricompense, cioè adozione affittata.
il secondo è il rendimento a tre cifre, che quasi sempre vuol dire che ti stanno pagando stampando, e regge finché entra gente nuova. il terzo è l'utilità inventata, il token che «serve per usare la piattaforma» quando la piattaforma funzionerebbe benissimo con ethereum o con una stablecoin: è una moneta interna resa obbligatoria per creare una domanda che non c'è.
il quarto sta nel calendario, e va letto tutto: se fra tre mesi si sbloccano milioni di token in mano al team e agli investitori, quella data conta più di qualunque grafico. il quinto è il capitale gonfiato con le ricompense, che sembra adozione ed è in affitto: appena le ricompense scendono, quel capitale se ne va altrove nella stessa settimana.
Detta male: un token che serve solo per usare il sito di chi l'ha emesso è come se Netflix obbligasse a comprare NetflixCoin per guardare le serie.
come si valuta un token, in pratica?
I cinque passi per valutare un token: trovare la fonte del valore, seguirne la strada fino al token, verificare che il protocollo regga senza incentivi, guardare i numeri dell'offerta e degli unlock, e capire se il prodotto risolve un problema reale.
due, segui la strada di quel valore fino al token: si brucia, si distribuisce, si paga chi fa staking, oppure non arriva. tre, verifica che regga senza incentivi. togli le ricompense e chiediti se qualcuno userebbe ancora quel protocollo, e se la risposta è no, quella che hai davanti è una promozione e non un'attività economica.
quattro, guarda i numeri dell'offerta, cioè quanto si emette, quanto si brucia, quanto è già in mano a chi e quando lo può vendere. cinque, chiediti se il prodotto risolve un problema che qualcuno ha davvero. cinque su cinque è raro, quattro su cinque se ne può discutere, tre su cinque è un no travestito da forse.
dove stanno le tokenomics che funzionano?
Le quattro famiglie di tokenomics che tengono: rendimento dalle fee vere, riconoscibile perché segue il volume; token bruciati dall'uso, dove la scarsità cresce senza annunci; revenue sharing dichiarato, con una quota fissa e verificabile; governance con token bloccati, dove chi vota subisce la decisione.
la seconda è quella dei token che si bruciano quando il protocollo viene usato, per cui se l'uso cresce la scarsità cresce da sola, senza annunci. la terza è il revenue sharing dichiarato, una quota fissa dei ricavi a chi tiene il token, scritta e verificabile, così semplice che proprio per questo è difficile da truccare.
la quarta è la governance con qualcosa in gioco: per votare devi bloccare i token, quindi chi decide subisce anche le conseguenze di quello che decide. non è ancora cattura di valore, ma è la differenza che passa fra una votazione e un sondaggio. tutto quello che sta fuori da queste quattro, rendimenti insostenibili, emissioni senza tetto, promesse senza utenti, è la solita roba con un nome nuovo.
cosa resta da chiedersi, ogni volta?
il mercato è pieno di progetti con un marketing ottimo e le tokenomics costruite male, e per distinguerli non serve talento, basta un controllo di mezz'ora sui dati pubblici del protocollo. chi lo fa compra un meccanismo, chi non lo fa compra la speranza che qualcuno compri dopo di lui, che è un mestiere diverso e molto più affollato.
la parte scomoda è che questo controllo esclude quasi tutto. la maggior parte dei token non passa nemmeno il primo passo, e in quei casi la risposta giusta è non comprare. ti sembrerà di perdere un'occasione, ma i soldi che non metti lì restano tuoi.
le parole di questo pezzo · 13
- base fee
- la parte obbligatoria della commissione su ethereum, che viene bruciata invece di andare a qualcuno.
- fee
- quello che si paga per usare un protocollo. può andare a chi fornisce il servizio, a chi possiede il token, o a entrambi.
- fee switch
- l'interruttore che dirotta una parte delle fee dai liquidity provider al protocollo o a chi ne possiede il token. accenderlo è quasi sempre una decisione politica, non tecnica.
- governance
- l'insieme delle regole con cui si prendono le decisioni su un protocollo: chi propone, chi vota, chi esegue.
- halving
- il dimezzamento programmato di quanti bitcoin nuovi entrano in circolazione, ogni quattro anni circa.
- onchain
- che avviene sulla catena, quindi verificabile da chiunque.
- perpetual
- il contratto che segue il prezzo di una moneta senza mai scadere: per restare aperti si paga o si incassa il funding.
- pool
- la cassa comune su cui avvengono gli scambi: chi ci mette dentro le proprie monete si prende una fetta delle fee.
- proof of stake
- il modo di tenere in piedi una rete facendo bloccare token a chi la valida, invece di consumare energia.
- revenue sharing
- una parte dei ricavi del protocollo va direttamente a chi tiene il token, come un dividendo.
- stablecoin
- un token costruito per valere sempre quanto una valuta, di solito il dollaro. cambia il modo in cui ci riesce: riserve in banca, collaterale onchain, coperture sui derivati.
- staking
- immobilizzare token per far funzionare una rete o un protocollo, ricevendo in cambio un rendimento. i token restano vincolati per un certo tempo.
- token
- l'unità emessa da un protocollo. può servire a votare, a pagare, a ricevere ricavi, o a niente.