cos'è una criptovaluta, se non è una moneta
Un token può incastrarsi nel sistema che lo usa — pagare le commissioni della rete, ricevere una parte dei ricavi, dare condizioni migliori, votare — oppure restarne fuori: in quel caso il suo prezzo dipende solo da chi comprerà dopo.
da dove arriva l'idea?
l'idea era una sola e va detta per intero: fare del denaro che non dipendesse da nessuna banca e da nessun governo. non un'app di pagamenti più comoda, non un conto senza filiali: un sistema in cui a dire «questi soldi sono tuoi e li hai spesi una volta sola» non è un istituto ma una regola matematica che tutti possono verificare.
quel problema, in informatica, era rimasto aperto per vent'anni. il documento non inventa la crittografia né le reti fra pari: mette insieme cose che esistevano già e risolve il pezzo che mancava, cioè come mettere d'accordo migliaia di sconosciuti su chi ha ragione senza un arbitro. tutto il resto — le migliaia di monete, la finanza onchain, i disastri — viene dopo, e viene da lì.
perché quasi nessuno la usa per pagare?
esistono le eccezioni, e vale la pena conoscerle perché dicono qualcosa: el salvador l'ha adottato come valuta legale insieme al dollaro, con l'obiettivo dichiarato di dipendere meno dalla politica monetaria americana. È un uso politico, non commerciale, e sui pagamenti quotidiani i risultati sono modesti anche lì.
moneta o riserva di valoreCome moneta bitcoin funziona male: il prezzo si muove troppo perché ci si possano segnare i prezzi, e i posti che l'hanno adottato come valuta legale lo hanno fatto per ragioni politiche. Come riserva di valore funziona come l'oro: si trasporta senza cassaforte, si divide fino all'ottava cifra, si vende a qualunque ora, e oscilla molto più dell'oro.
il posto che bitcoin ha preso davvero è un altro, e somiglia all'oro: qualcosa che si tiene perché mantiene valore nel tempo, non che si spende. con tre differenze pratiche a suo favore — si trasporta senza cassaforte, si divide fino all'ottava cifra decimale, si vende a qualunque ora — e una a sfavore, che oscilla molto più dell'oro.
a cosa servono le altre migliaia?
I quattro usi di un token: pagare le commissioni della rete, e si verifica provando a operare senza; ricevere una parte dei ricavi, e si verifica seguendo le fee onchain; ottenere condizioni migliori in un servizio, e si verifica confrontando i costi con e senza; votare, e si verifica guardando se un voto ha mai cambiato qualcosa.
la seconda: prendere una parte di quel che il protocollo incassa, come un dividendo. la terza: ottenere condizioni migliori dentro un servizio — commissioni più basse, accesso a funzioni riservate — che è il meccanismo della tessera fedeltà, tradotto. la quarta: votare sulle decisioni, dai parametri di rischio all'uso della cassa.
un token può averne una sola o più di una insieme. quel che non può è non averne nessuna: se togli tutte e quattro e resta soltanto il prezzo, quello che stai comprando è la scommessa che qualcuno comprerà dopo di te a un prezzo più alto. che è un mestiere legittimo, ma è un altro mestiere.
l'utilità dichiarata è sempre vera?
Detta male: un token che serve solo per usare il sito di chi l'ha emesso è come se Netflix obbligasse a comprare NetflixCoin per guardare le serie.
il modo per accorgersene è banale e si fa in due minuti: prova a immaginare il servizio senza il suo token. se continua a funzionare — magari meglio — il token è un pedaggio, e chi lo compra sta pagando per il diritto di usare una cosa che potrebbe usare comunque.
la stessa prova vale per il voto, che nella versione entusiasta viene raccontato come democrazia. sulla carta lo è; in pratica vince chi ha più token, e le decisioni le prende un pugno di indirizzi molto grandi. il diritto di voto, da solo, non ha mai portato valore a un token: quel che lo porta è un meccanismo scritto nel codice, come la nostra guida sul valore mostra con il caso di uniswap.
Detta male: il voto coi token è teoricamente democratico e praticamente proporzionale a quanti token hai.
perché il prezzo di un token non dice niente?
Lo stesso valore totale può essere diviso in pochi pezzi costosi o in moltissimi pezzi da pochi centesimi: il prezzo del singolo pezzo dipende solo da quanti pezzi sono stati fatti, mentre il valore dell'insieme resta identico.
la cifra che conta è quella complessiva — quanto vale tutto l'insieme — e va sempre letta insieme a due altre: quanti token esistono già e quanti ne entreranno. un insieme che sembra piccolo perché in circolazione ce n'è poco, ma con l'ottanta per cento ancora da distribuire, non è piccolo: è in attesa.
da qui nasce l'errore più comune di chi comincia, cioè comprare quel che «costa poco» perché sembra avere più spazio per salire. lo spazio per salire non dipende dal prezzo di un pezzo, dipende da quanto vale l'insieme rispetto a quel che il protocollo produce — e quella è la sola domanda che si può controllare.
cosa chiedersi davanti a una moneta nuova?
poi: chi lo ha già in mano e quando può venderlo. il calendario degli sblocchi è pubblico quasi sempre, e una data in cui una quantità grossa diventa vendibile vale più di qualunque promessa sul futuro. infine: da dove escono i soldi che il progetto distribuisce, se ne distribuisce — dalle fee di chi lo usa, o da nuove emissioni.
sono le stesse tre domande che le nostre due guide sul valore e sulla liquidità fanno per esteso, con i conti. qui bastano a evitare la maggior parte dei danni: non perché siano sofisticate, ma perché quasi nessuno le fa prima di comprare.
le parole di questo pezzo · 5
- blockchain
- un registro di scritture che sta su molte macchine insieme, dove ogni blocco porta l'impronta del precedente e riscrivere il passato costa più di quanto renda.
- fee
- quello che si paga per usare un protocollo. può andare a chi fornisce il servizio, a chi possiede il token, o a entrambi.
- onchain
- che avviene sulla catena, quindi verificabile da chiunque.
- stablecoin
- un token costruito per valere sempre quanto una valuta, di solito il dollaro. cambia il modo in cui ci riesce: riserve in banca, collaterale onchain, coperture sui derivati.
- token
- l'unità emessa da un protocollo. può servire a votare, a pagare, a ricevere ricavi, o a niente.